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Le imprese sociali, il Covid e la sfida di “tenere insieme” contingenza e futuro

19 ottobre 2020

Econerre

Articolo di Rossella Pressi pubblicato sulla rivista online di attualità e analisi economica dedicata all’Emilia-Romagna Econerre

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Le imprese sociali, il Covid e la sfida di “tenere insieme” contingenza e futuro

Le cooperative sociali in Emilia-Romagna danno lavoro a circa 30mila persone e rendono servizi complessivamente a quasi 700mila persone di ogni età. Gli occupati sono soprattutto donne a tempo indeterminato con il part-time che raggiunge il 60% contro il 40% del full-time

di Rossella Pressi

Il Covid non ha trascurato nessun settore” esordisce Fausto Tinti, vicesindaco metropolitano, nel presentare il quarto appuntamento di È arrivato domani, ciclo di incontri online promossi da Città metropolitana di Bologna e Insieme per il Lavoro dedicati al tentativo di comprendere come ci si sta organizzando per la ripartenza dopo la pandemia e rispondere alla crisi sociale derivata dall’emergenza sanitaria. “Il focus di questo appuntamento – dice – è su un segmento del nostro settore economico che, per valore sociale, è elevatissimo: le imprese sociali. Per ridurre il contagio ci siamo trovati a non poter garantire il servizio essenziali alle persone più fragili e al contempo non avere gli strumenti per tutelare gli operatori di questo settore. Abbiamo capito in maniera molto chiara – conclude – che abbiamo bisogno di riprogrammazione”.

Coop sociali: la fotografia

Le cooperative sociali in Emilia-Romagna danno lavoro a circa 30mila persone (di cui circa 15.500 a Bologna) e rendono servizi complessivamente a quasi 700mila persone di ogni età di cui un terzo nel territorio della Città metropolitana di Bologna. Gli occupati sono soprattutto donne (74-75%) e soprattutto a tempo indeterminato (85% del totale dei contratti) con il part-time che raggiunge il 60% contro il 40% del full-time.

Si tratta quindi – spiega Rita Ghedini, presidente Alleanza Cooperative Italiane Bologna – di una popolazione prevalentemente femminile che fa lavori complessi: le persone di riferimento hanno infatti bisogni molto positivi e molto forti come nel caso dell’infanzia o hanno deficit-disabilità-limiti all’autonomia nel caso di adulti e anziani. In questo contesto, il livello di stress a cui è stato sottoposto il mondo del terzo settore, e la cooperazione sociale al suo interno, nel periodo del lockdown è paragonabile solo alla plasticità di risposta che ha saputo mettere in campo: tutti i lavoratori dedicati ai servizi per infanzia e scuola sono stati a casa e in ammortizzatori sociali“. Una parte sempre maggiore con il passare del tempo impegnata ad apprendere modalità diverse per garantire i servizi necessari, con operatori socio-sanitari ed educatori che hanno portato sul web le prestazioni per tenere il filo e per dare servizi di supporto o anche solo compagnia e relazione. “La metà dei servizi residenziali per anziani, dopo i primi due mesi di chiusura totale è stata ingaggiata in servizi ad altissima intensità la cui gestione era anche a rischio di contagio. Una modalità di organizzazione del lavoro completamente stravolta con vite private stravolte di conseguenza”. Ora è ripartito quasi tutto ma “in questo percorso – continua Ghedini – c’è da razionalizzare e trasformare in azioni un cambiamento enorme della domanda, sia di quella già espressa sia di quella nuova, che ha riguardato gli altri settori come per esempio la domanda di nuovi servizi per la conciliazione vita-lavoro o l’impatto legato allo smart working”. Su tutte una necessità: “oggi in alcune categorie di servizi – avverte la presidente – c’è un bisogno drammatico di professionisti. La sanità ha assunto tante persone e le strutture dedicate agli anziani e ai disabili sono in una carenza drammatica di queste figure”.

“Insieme” contingenza e futuro


Ma da un periodo come quello appena passato sono tante le esperienze sulle quali soffermarsi. “Se l’esperienza dei mesi scorsi si trasformerà in un’integrazione organica o se è stata solo la gestione del momento – riflette Rita Ghedini – non so dirlo. Certo è che in questo periodo ci siamo sentiti come non mai e la sfida per il futuro è non perdere di concentrazione e lucidità. Gli assi di intervento sono moltissimi. Abbiamo messo a fuoco priorità che viaggiano su due assi e che potrebbero generare una visione strabica. Abbiamo bisogno di stare concentrati sulle misure di accompagnamento a un’emergenza che non è finita (e che per le imprese in generale e la cooperazione sociale in particolare durerà oltre l’emergenza sanitaria perché si sono destrutturati sistemi e sono emersi problemi strutturali) e dall’altra abbiamo l’esigenza di avere una visione a lungo termine, di progettare la trasformazione del sistema di relazioni sui territori e al suo interno del sistema di welfare. Tutto questo significa progettazione a lungo termine e, in questo senso, concentrazione significa tenere insieme la contingenza e il futuro”. In che modo? “Il tema – spiega Ghedini – è qualificare in maniera diversa risposte a bisogni già esistenti perché si è trasformato il modo in cui questi si manifestano e il modo in cui si è gestita la risposta. I servizi per gli anziani (domiciliarità e residenzialità) vanno per esempio ripensati completamente. E bisogna ripensarli con le famiglie e non solo con gli specialisti. E anche l’integrazione con i modelli di welfare e i modelli dell’abitare (come i condomini) è una sfida perchè bisogna mettere insieme popolazioni già integrate naturalmente tra di loro”.

La presidente Ghedini fa un esempio. “Con questa emergenza è entrata in servizio una piattaforma etica per la gestione delle consegne a domicilio fatta in bici, quindi sostenibile, nata dall’interazione tra il sindacato autoconvocato dei rider, alcuni commercianti, alcune grandi catene distributive, alcune farmacie e librerie: mondi che prima non si parlavano e ora, pur di non chiudersi, si aprono a nuove possibilità”. Soluzioni che con il Covid si è stati costretti a pensare dalle quale ora si può imparare per costruire un futuro diverso.

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